Mucche sacre dell’India: cammini per strada e invece di incontrare un cane ti ritrovi davanti una mucca. Non in un prato, non al pascolo come uno si immaginerebbe — nel mezzo di una strada trafficata di auto e moto, o infilata in un vicolo stretto, a brucare la qualsiasi come se il traffico intorno non esistesse. È una delle prime cose che spiazzano di questo paese, e più lo vivi, più ti accorgi che non sono tutte uguali: alcune sono sporche, magre, lasciate del tutto libere a loro stesse. Altre invece sono curate in un modo incredibile — pulite, dipinte, cariche di collane di fiori.

Per capire questa differenza bisogna capire cosa rappresenta la mucca per l’India. Nell’induismo viene chiamata Gau Mata, “madre mucca”: non è considerata una divinità in sé, ma un simbolo sacro di vita da proteggere, legato al principio dell’ahimsa, la non violenza. È vista come una madre universale, che dona il proprio latte non solo ai suoi vitelli ma a chiunque. Gandhi diceva che si può misurare la grandezza di una nazione da come tratta i suoi animali. In India questa frase non è retorica: è qualcosa che si respira per strada, ogni giorno.
Mucche sacre dell’India: l’ospedale che le cura
C’è un momento, in uno dei miei viaggi in India, che porto ancora dentro. Lungo la strada per Jodhpur, in un piccolo villaggio del Rajasthan, ho visitato un ospedale per mucche. Centinaia di animali, ognuno con un problema diverso: chi aveva perso una zampa, chi era troppo vecchio per reggersi in piedi da solo, chi era rimasto senza una madre troppo presto. Tutto in quel posto è sostenuto dalla devozione di fedeli indù, che lo finanziano e lo mandano avanti di tasca propria, giorno dopo giorno. Ed è proprio questo, secondo me, a renderlo ancora più bello: non nasce da un obbligo istituzionale, nasce dalla fede e dalla cura spontanea delle persone.

A pochi passi da lì, un gruppo di contadini si occupava di crescere antilopi rimaste orfane, allevandole a mano finché non erano pronte a tornare libere in natura. Quando sono piccolissime, le antilopi hanno bisogno di essere allattate come qualunque cucciolo, e qui succede una cosa che non dimenticherò mai: non è raro vedere donne del villaggio che, mentre allattano i propri figli, offrono il proprio latte anche ai cuccioli di antilope, per non farli morire. Lo stesso gesto, lo stesso corpo, la stessa cura, rivolta a un figlio umano e a un cucciolo selvatico, senza nessuna differenza tra i due.
Quello che mi ha colpito di più, in quel posto, non erano solo gli animali, ma le persone. Chi faceva volontariato lì dentro era tra le persone più felici che abbia mai incontrato in un viaggio. E lo erano ancora di più per la mia visita: ero il primo straniero che si fosse mai fermato in quel villaggio. Al punto che, quel giorno, una foto di me con un cappello tradizionale indiano e una sciarpa di seta che mi avevano appena regalato è finita su un giornale nazionale. Incredibile, pensare che una cosa così piccola per me fosse un evento per loro.
Mucche sacre dell’India: perché le porto ancora oggi nei miei viaggi

Da quell’esperienza, ho deciso che questo posto dovesse entrare nel mio viaggio di gruppo in India, in Rajasthan. Le mucche sacre dell’India non sono un’attrazione turistica — non lo è, e probabilmente non lo diventerà mai — ma perché è uno dei posti dove capisci qualcosa di vero sull’India, qualcosa che nessuna guida può spiegarti a parole. Ci porto le persone che viaggiano con me proprio per questo: per vivere lo stesso momento che ho vissuto io, quel giorno, lungo la strada per Jodhpur.
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